Ius gentium europaeum e la sua prassi: a proposito delle raccolte di documenti diplomatici *

[ Ius gentium europaeum and Its Practice: on the Collections of Diplomatic Documents]

Elisabetta Fiocchi Malaspina Faculty of Law, University of Zurich elisabetta.fiocchi@rwi.uzh.ch

Tre sono i codici al centro del volume di Massimo Panebianco: il Codex juris gentium diplomaticus redatto dal matematico, filosofo, diplomatico e giurista Gottfried Wilhelm von Leibniz nel 1693; il Codex Italiae diplomaticus di Johann Christian Lünig, pubblicato in quattro tomi nel decennio compreso tra il 1725 e il 1735 a Francoforte e a‍‍‍ Lipsia e il Corps universel diplomatique du droit des‍‍‍ gens di Jean Dumont edito ad Amsterdam tra il 1726 e il 1731.

Il discorso diplomatico si snoda tra l’analisi del contesto storico e sociale di una Europa in continua trasformazione e l’evoluzione del diritto delle genti: quest’ultimo viene dipinto attraverso la nascita dei codici diplomatici, »collocato« non solo nella realtà italiana, ma in quella europea e successivamente universale, con particolare attenzione agli Stati italiani preunitari, all’Europa pre e post Westfalia e ricondotto alle sue radici dall’età antica sino a quella moderna.

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Centrale nella ricostruzione storico-giuridica è la volontà di presentare, attraverso i codici, una visione unitaria e al tempo stesso universale del diritto internazionale, prendendo in considerazione specifiche raccolte di trattati e di documenti diplomatici, che risaltano la natura dinamica e le peculiarità insite nella disciplina. Lo sguardo di osservazione offerto da Panebianco privilegia il concetto di spazio inteso come il luogo in cui la diplomazia ha potuto concretamente prendere forma: spazio che, a seconda del codice preso in considerazione, è rispettivamente italiano, europeo ed universale.

Il Codice Lünig, cioè il Codex Italiae diplomaticus, è una raccolta di prassi diplomatica relativa alla situazione politica della penisola italiana che copre un arco di periodo molto vasto, circa un intero millennio, dall’Europa Carolingia del IX secolo fino all’Europa della prima metà del XVIII secolo. Si tratta di una collezione di migliaia testi diplomatici che ebbero un impatto »internazionale« all’interno di un contesto storico segnato da profondi cambiamenti, in cui l’Italia e le diverse realtà politiche che la compongono sono i protagonisti.

Panebianco si riferisce al Codex Italiae metaforicamente come una sorta di »confezione […] di una storia cinematografica di dieci secoli mediante un codice diplomatico dall’Europa del 700, che da allora si aggira, come uno splendido fantasma, nelle biblioteche cartacee e telematiche come un unico e irrepetibile nella storia dei rapporti italo-tedeschi« (25). Viene ricostruito il destino fortunato e sfortunato dell’opera: da un lato, infatti, essa testimonia lo sviluppo di un genere letterario dei codici diplomatici che contribuisce a descrivere in‍‍‍ termini politici e giuridici le trasformazione europee e la prassi degli Stati; dall’altro, invece, i critici dei codici diplomatici hanno in parte ricondotto tali opere ai soli testi dei »sovrani, principi e diplomatici«, sminuendone la loro portata. L’analisi si sofferma pertanto sulla spiegazione delle scelte compiute da Lünig, che ha incluso numerosi allegati riguardanti gli indici dei trattati riprodotti, al fine di fornire il contesto sia storico che politico della penisola italiana.

Il Codex iuris gentium diplomaticus di Leibniz viene affrontato in una corposa sezione del volume, in cui si riflette sull’importanza del codice per la storia della diplomazia moderna. In esso traspare tutta la formazione scientifica e culturale dell’autore e soprattutto viene introdotto un concetto di codice inteso come »strumento di accentramento dello jus gentium in Europa« (54). L’arco di tempo preso in considerazione comprende circa trecento documenti diplomatici datati tra il 1087 e il 1500. La fortuna del Codex iuris gentium è ricondotta da Panebianco all’estensione dell’opera oltre il Sacro Romano Impero sino all’intera società europea, permettendo, quindi, di tracciare una storia normativa dell’Europa, incentrata sia sulla disciplina dei diplomi, sia sulle relazioni internazionali.

L’opera di Leibniz viene confrontata con quella di Lünig: in primo luogo si riscontra la diversa consistenza numerica dei diplomi riprodotti, oltre mille nel codice Lünig, di cui il Codex di Leibniz costituisce l’antecedente; in secondo luogo nel codice Leibniz, il giurista e matematico tedesco raccoglie i titoli di diplomi annotati e commentati insieme alla prassi diplomatica, mentre Lünig sembra più orientato ad essere un titolista dei trattati massimati.

È molto interessante come Panebianco utilizzi il codice Leibniziano per descrivere »l’intero percorso euro-nazionale ed euro-italiano dello Stato moderno, nelle sue varie dimensioni regionali-locali, nazionali ed universali«, che si manifesta in un preciso momento di transizione dal diritto italiano a quello europeo »ben radicato nella storia fino agli ultimi miti della sua modernità« (152).

Il passaggio dal codex al corpus è al centro della disamina dedicata all’imponente opera di Jean Dumont: il Corps universel diplomatique du droit des gens. Esso è composto da documenti diplomatici raccolti in ordine cronologico. Panebianco minuziosamente ricostruisce la genesi del Corps, la sua creazione progressiva e graduale, l’apporto fornito anche da altri collaboratori, soffermandosi nello specifico sulle copertine dei singoli volumi, sul preliminare edito nel supplemento finale del 1739 in due volumi, con la firma di Jean Barbeyrac, sugli indici cronologici ad opera di Jean Rousset de Missy presenti nel tomo V del 1728, nonché su quello analitico e per materie, edito sempre nel supplément del 1739, posto alla fine del volume del recueil historique. Tre sono nello specifico gli elementi che emergono dal Corps e che contraddistinguono il suo utilizzo: in primis la finalità di voler riunire e archiviare documenti diplomatici e trattati di importante rilevanza; la necessità di avere un supplemento che corrisponda ai tempi più recenti ed infine la presenza di un cerimoniale diplomatico rivolto non soltanto alle convenzioni pubbliche ma anche al corpo diplomatico.

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L’importanza del Corps universel diplomatique du droit des gens è costituita dalla nuova rappresentazione del sistema europeo generatosi dopo la pace di Westphalia: il diritto internazionale è ora da intendersi come jus inter gentes e non come jus inter civitates. A tal fine viene, pertanto, illustrato come il diritto delle genti elaborato all’interno dell’opera svolga »una funzione esclusiva ed unica come diritto delle genti europee, all’interno dello spazio giuridico internazionale universale inteso come diritto pubblico degli Stati e dei popoli europei« (160).

Sono gli stessi documenti diplomatici a fornire la prova della trasformazione europea, della creazione del »concerto europeo«, dell’equilibrio di potere, dell’introduzione del francese come lingua della diplomazia e dell’affermazione del vocabolario diplomatico e giuridico.

La parola chiave per comprendere questo cambiamento è »universale«.

Si assiste, infatti, ad un determinante spostamento dell’obiettivo dalle collezioni squisitamente europee, in cui al centro vi erano singoli o alcuni Stati europei a raccolte con finalità universalistiche: ed è proprio tale finalità che contraddistingue l’evoluzione del diritto internazionale e le relazioni tra gli Stati durante tutta l’epoca moderna.

Accanto all’opera di Dumont è necessario richiamare anche il Recueil des principaux traités d’alliance, de paix […] conclus par les puissances de l’Europe tout entre elle qu’avec les puissances et états dans d’autres parties du monde di Georg Friedrich von Martens edito a Gottinga nel 1791, che ha rappresentato, insieme al Corps, un significativo punto di riferimento diplomatico in ambito europeo ed extraeuropeo.

Successivamente le raccolte del secolo XIX si contraddistinguono per collezionare al loro interno i repertori di trattati internazionali e quelli nazionali, quasi a divenire specchi delle molteplici relazioni statuali con risvolti non solo politici, ma anche economici, finanziari, sociali e culturali. Nel corso del Novecento, invece, si assiste ad un profondo cambiamento perché le raccolte di trattati internazionali acquistano rilevanza più squisitamente storica e hanno come protagonisti le Organizzazioni internazionali ed europee.

Una sezione del volume ha ad oggetto la ricostruzione della tradizione storica della comunità internazionale attraverso l’analisi dei documenti e dei testi giuridici: il punto di partenza è la geopolitica del mondo antico, con particolare riferimento all’Asia occidentale e all’Africa mediterranea, al sistema romano dello jus gentium, in cui Panebianco approfondisce le peculiarità e riconduce il principale punto di forza nella sua valenza sia sotto l’aspetto privato che pubblico: »di qui il suo straordinario successo ai fini della creazione di un patrimonio giuridico prima limitato all’Italia […], poi esteso all’Europa […], poi esteso all’intero mondo in senso universale […]«, fungendo da »›collante‹ fra diritti statali nazionali, come un ordinamento ponte, destinato al ›co-ordinamento‹ di tutti gli altri« (187).

La disamina sul mondo antico si sviluppa inoltre in una attenta riflessione sull’origine dello ius gentium europaeum inteso come spazio giuridico compreso tra due distinte frontiere culturali, sociali, politiche e religiose: una prima frontiera che lo delimita è quella euro-cristiana a partire dal 476 d. C. ed una seconda euro-islamica (628 d. C.). Per l’epoca medievale vengono presi in considerazione i trattati carolingi dei secoli VI e VIII; i trattati pontifici dell’VIII secolo, ma in particolare i trattati imperiali durante il periodo di Carlo Magno, che hanno avuto lo scopo di »facilitare«, l’esercizio e il ripristino del potere regale e imperiale e la contestuale delimitazione dei confini interni dello spazio giuridico. Per quanto invece riguarda l’epoca moderna è stato scelto di illustrare l’ Europäische Völkerrecht, soprattutto il decisivo apporto fornito dal giurista tedesco Johann Jakob Moser per il diritto delle genti: il programma scientifico di Moser, come spiega Panebianco, si caratterizza per aver elaborato una serie di disposizioni di diritto internazionale, stabilendo le peculiarità del sistema europeo settecentesco.

Il percorso giuridico di Moser e la sua maturità scientifica vengono affrontati attraverso i suoi scritti dedicati al diritto delle genti in tempo di guerra e in tempo di pace, basti solo citare il Grund-Säze des europäischen Völcker-Rechts in Kriegs-Zeiten edito a Tubinga nel 1752. Essi costituiscono gli antecedenti del Versuch des neuesten Europäischen Völker-Rechts in Friedens- und Kriegszeiten, edito in dieci volumi a Francoforte tra il 1777 e il 1780: si tratta di una opera di significativa importanza come raccolta-repertorio di trattati. Tre sono i principi ispiratori del Versuch: l’obbligatorietà, che traspare nei primi libri, dedicati ai diritti dei sovrani; la reciprocità, che si manifesta, ad esempio, nel terzo libro, relativo al diritto degli Stati sovrani di determinare un proprio cerimoniale diplomatico; ed infine la sanzionabilità, a cui è |dedicata l’ultima parte dell’opera, intesa come una serie di garanzie da rispettarsi nelle controversie internazionali.

Per Panebianco il Versuch è »la prova documentale della transizione tra il diritto internazionale imperiale al diritto interstatuale. […] Le nazioni europee, come eredi e successori, riterranno di essere degne di assumere […] la funzione di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale«. La Società delle Nazioni e successivamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite del 1945, rappresentano una risposta, ma »quella sfida è ancora in corso, innanzi agli occhi del giurista del XXI secolo« (245–246).

Il volume è completato da una appendice in cui sono catalogati i diplomi del Sacro Romano Impero nel periodo intercorrente tra l’800 e il 1725; i titoli riportati nella parte speciale del Codex Lünig, nonché gli indici-elenchi dei diplomi inerenti alla penisola italiana tra la seconda metà del VI secolo e‍‍‍ la prima metà del XVIII secolo, prendendo in considerazione, a seconda del contesto storico-geografico, il Ducato di Milano, il Ducato di Savoia, il Gran Ducato di Etruria (Toscana), il Ducato di Mantova e di Monferrato, il Ducato di Modena e Reggio, la Repubblica Veneta e la Repubblica di Genova.

I diversi angoli di osservazione presentati da Panebianco offrono un quadro articolato e complesso di una disciplina in continua trasformazione, attenta alle esigenze politiche e sociali, ma anche riflesso della tradizione storica della comunità internazionale, che affonda le sue radici nella pratica diplomatica, quale protagonista, nel corso dei secoli, dei mutevoli rapporti tra gli Stati. Le raccolte di documenti diplomatici, quali il Codex juris gentium diplomaticus, il Codex Italiae diplomaticus e il Corps universel diplomatique du droit des gens, sono un perfetto esempio di cristallizzazione giuridica dell’evoluzione della diplomazia »nei grandi spazi internazionali: italiano, europeo ed universale«.

Notes

* Massimo Panebianco, Introduzione alla codicistica del Jus gentium europaeum. Codice Lünig-Leibniz-Dumont, Napoli: Editoriale Scientifica 2016, 272 p., ISBN 978-88-6342-936-7