La grandezza delle monumentali opere della letteratura di ogni tempo si valuta anche dall’influenza esercitata nei secoli sul pensiero dei più significativi intellettuali. Nel misurarsi in più occasioni con i grandi del pensiero filosofico moderno, come Montaigne, Pascal, Schopenhauer, di cui ha indagato – in varie monografie – la personale concezione del diritto e della giustizia, Jens Petersen (docente di Bürgerliches Recht, Deutsches und Internationales Wirtschaftsrecht presso l’Università di Potsdam) ha rilevato il grande debito che molti di quegli autori riconoscono nei confronti di Publio Cornelio Tacito. Si comprende come fosse giunto il momento, per Petersen (di seguito: P.), di dedicare una seria ricerca alla concezione del diritto e della giustizia proprio della fonte ispiratrice: Tacito.
Certo, non mancano gli studi su numerosi aspetti dell’opera e del pensiero tacitiano, né Tacito è ignoto agli storici del diritto romano, che hanno attinto e attingono dai suoi scritti preziose informazioni; tuttavia, una »umfassend[e] Darstellung über das Recht bei Tacitus« (1) era effettivamente un desideratum, e l’opera di P. intende colmare ora questa lacuna.
Recht bei Tacitus è un viaggio all’interno delle esperienze di Tacito con il mondo del diritto, in particolare quello pubblico, al fine di ricostruire la sua personale visione. Come pochi storiografi, Tacito ha saputo guardare lucidamente nelle pieghe del potere, nei meccanismi arcani dell’impero e nella subdola opera di svuotamento delle istituzioni e degli organi ›costituzionali‹ repubblicani. Il suo è uno sguardo hintergründig, profondo ed enigmatico al tempo stesso.
La monografia – che, come precisa lo stesso P., non vuole essere uno studio né di filosofia del diritto né di storia filosofica (83) (e neanche di storia del diritto in senso classico, potremmo aggiungere) – si compone di un’ampia introduzione (»Einleitung«, 1–98) e di tre ›capitoli‹ (contrassegnati dal simbolo del Paragraph, così familiare ai giuristi) rispettivamente dedicati alle origini e al decadimento del diritto (§ 1. »Anfänge und Verfall des Rechts«, 99–287), ai temi dell’assenza di diritto, del potere e dell’arbitrio (§ 2. »Rechtlosigkeit, Macht und Willkür«, 289–399) e al rapporto tra diritto e retorica (§ 3. »Recht und Rhetorik«, 401–551). Chiudono la trattazione una sintesi conclusiva (§ 4. »Zusammenfassung«), un imponente indice bibliografico e un indice delle fonti, che di fatto consistono nelle sole opere di Tacito.
Nell’introduzione, P. espone in un flusso continuo, presentando le testimonianze sparse attinte dall’intero corpus tacitiano, il rapporto tra Tacito e il diritto (in particolare quello pubblico): e dunque la sua visione delle leggi, delle magistrature, degli organismi assembleari, del senato, ma soprattutto del potere imperiale. L’opera tacitiana è qui considerata nel suo insieme non tanto per ricavarne informazioni puntuali sul diritto romano, pubblico e privato, ma piuttosto per ricostruire l’idea di diritto e giustizia che animava lo storiografo romano.
Tacito osserva lucidamente come il diritto si metta non di rado al servizio della politica e dei giochi di potere, ed è critico tanto verso alcune populistiche leggi repubblicane quanto verso la legislazione imperiale (in particolare quella matrimoniale augustea). Sui processi, poi, lo storiografo| romano non si fa illusioni: non il diritto e la verità guidano il giudizio del magistrato, ma l’entità del patrimonio, le conoscenze altolocate, i giochi politici (15). Anche i giuristi appaiono a Tacito solo dei compiacenti esecutori (»willfährige Vollstrecker«, 19) nell’adoperare il diritto quale strumento di affermazione del potere. A giudizio di P., non va sottovalutata l’influenza, sul rapporto fra Tacito e il diritto, esercitata dalla drammatica esperienza del governo dittatoriale di Domiziano e dalla paura che ha accompagnato quel periodo (89).
Nell’introduzione, i temi, piuttosto che inseriti in una trama coerente, si intrecciano in uno sviluppo basato su associazioni d’idee e sono esposti senza soluzione di continuità, traendo spunti dall’opera tacitiana considerata nel suo complesso. Per contrasto, i tre capitoli che seguono sono articolati in una minuziosa Gliederung la cui sistematica ricorda piuttosto quella dei monumentali Commentari al BGB (non a caso P. è allievo di Dieter Medicus).
Il § 1, diviso in quattro sezioni principali (I. »Systematische Stellung des Gesetzgebungsexkurses«, 99–165; II. »Die Digression de principiis iuris«, 165–261; III. » Non mos, non ius«, 261–283; IV. »Niedergang des Rechts«, 283–287), ruota intorno a una dettagliata disamina di Ann. 3.25 ss., contenente il famoso excursus tacitiano sulle origini del diritto e sulle leggi, occasionato da alcune riflessioni critiche dello storiografo romano sulle leggi Iulia et Papia Poppaea. La disamina si estende, tuttavia, a tutti i luoghi del corpus tacitiano rilevanti per questo tema. Da sfondo fanno le riflessioni di Tacito sulle leggi, in particolare quelle augustee regolanti il matrimonio e la filiazione, e sul rapporto tra queste e il potere imperiale, con uno sguardo anche alla ›piaga‹ dei delatori e al ruolo dei giuristi (Tacito stesso ricorda Ateio Capitone, Antistio Labeone e Asinio Gallo).
Il § 2, diviso in tre sezioni principali (I. »Tiberius’ entfesselte Macht«, 289–353; II. »Willkür unter Claudius«, 353–368; III. »Neros Willkür und schrankenloser Terror«, 368–399), affronta il tema del reato di maiestas e dei relativi processi celebrati nel corso del principato giulio-claudio. P. sviluppa qui soprattutto l’aspetto dell’arbitrio manifestato dagli imperatori. La scelta di dare rilievo a questo aspetto è del tutto giustificabile: il reato di maiestas, dai connotati squisitamente politici, ha costituito una questione particolarmente delicata – e uno strumento quanto mai utile – proprio nella fase di consolidamento del principato e della legittimazione dello stesso potere imperiale, e le conoscenze manifestate da un insider come Tacito in questo ambito fanno di lui un prezioso e affidabile testimone.
Infine, al tema del rapporto tra diritto e retorica, per come emergente soprattutto nel Dialogus de oratoribus (non ancora indagato sotto il profilo del diritto, come rimarca P.) e negli Annales, è dedicato il § 3, articolato anch’esso in tre sezioni principali (I. »Recht im Dialogus de oratoribus«, 401–492; II. »Recht in zwei repräsentativen Reden der Annalen«, 492–544; III. »Skepsis gegenüber der Gerechtigkeit«, 545–551). Sin dalle prime battute del Dialogus i riferimenti in particolare ad aspetti processuali – com’è comprensibile – ma anche legislativi (lex Cincia, lex Oppia) sono numerosi, e P. li sottopone alla nostra attenzione inquadrandoli nell’ottica del rapporto, soprattutto in tempi di declino del diritto, tra la sfera della libertà (alla quale l’eloquenza oratoria viene ricondotta) e della giustizia, da un lato, e quella della repressione, dall’altro lato, alla quale neanche il miglior imperatore è riuscito a rinunciare. P. seleziona (dagli Annales) due orazioni ritenute maggiormente rappresentative: quella di Cassio Longino, all’insegna del rapporto tra retorica e giurisprudenza, e quella di Cremuzio Cordo, difensore della libertà di parola.
Le conclusioni rappresentano piuttosto una sintesi (§ 4. »Zusammenfassung«, 553–566) dei temi sin lì messi in luce e sviluppati, e offrono un onnicomprensivo panorama della concezione tacitiana delle leggi, della giustizia, dei processi, della giurisprudenza, dello stato e del potere: in una parola, del Recht.
L’opera di P. è da considerarsi senza dubbio riuscita nel fornire un quadro completo della visione di Tacito del diritto, che è al tempo stesso la visione critica di un membro dell’élite dotato di profonda cultura, di capacità autonoma di giudizio e di esperienza di governo. L’accurata e completa selezione dei passi rilevanti costituirà senz’altro un punto di riferimento per tutti coloro che vogliano ulteriormente sviluppare i singoli temi ivi trattati. Si tratta di un lavoro che oltrepassa i limiti di un semplice commentario, anche se in certi punti questo tratto sembra prevalere.
Vanno però segnalati tre punti di debolezza, a giudizio di chi scrive: anzitutto, in forte contrasto con l’unitarietà dell’introduzione, il resto della trattazione presenta un’articolazione interna a| volte estrema: per fare un esempio, la sottosezione »Schattenseite der Beredsamkeit« (335) rappresenta l’ultimo livello di § 2.I.3.a).bb).5).bbb). Questo sistema, adottato di certo con l’intento di rendere più facilmente individuabile (e citabile) un argomento, al contrario non agevola il lettore nella ›navigazione‹ interna al testo, non conferisce maggiore coerenza alla trattazione (che resta, al pari dell’introduzione, più improntata a un progredire per ›associazioni‹ e incline a seguire lo sviluppo impresso dallo stesso Tacito) e, in più, spezza eccessivamente la continuità del discorso. Inoltre, il cultore di diritto romano non può fare a meno di notare come la bibliografia in questo specifico campo sia un po’ ›datata‹ e per lo più limitata agli studi di lingua tedesca. La trattazione, infine, ancor più che Tacito-centrica, risulta a volte un po’ troppo limitata a Tacito, che rappresenta al tempo stesso epicentro e orizzonte ultimo della narrazione. L’inserimento in un contesto più ampio avrebbe conferito all’opera un respiro maggiore. P. va comunque lodato per il suo meritorio lavoro, e per aver riportato sotto i riflettori uno storiografo che ha ancora molto da dire anche agli studiosi di diritto romano.
* Jens Petersen, Recht bei Tacitus, Berlin/Boston: De Gruyter 2019, XX + 617 p., ISBN 978-3-11-057988-8